Louise Sartor, De haut en bas & back again (2024-2025), video loop in alta definizione di 32 disegni digitali

De haut en bas & back again

Luglio 4-Settembre 19, 2025 – Monaco

A cura di Oriane Durand

La mostra personale di Louise Sartor riunisce una serie di dipinti e disegni realizzati nel corso delle ultime tre stagioni al Moulin des Ribes, a Grasse. Eseguite su cartone oppure come disegni digitali, le opere ruotano attorno a due motivi centrali: il cipresso e il bouquet di fiori appassiti. Sotto queste rappresentazioni realistiche che attingono a uno stile classico, la scelta del medium, così come la giustapposizione di due stati vegetali — uno persistente, l’altro in declino — articola una riflessione più ampia sulle temporalità del vivente, sui cicli di trasformazione e sulle modalità attraverso cui le immagini prendono forma.

La scelta del cartone da imballaggio come supporto pittorico costituisce un punto di accesso essenziale all’economia del lavoro di Louise Sartor. Materiale umile proveniente dalla catena del consumo, esso segnala una presa di posizione tanto estetica quanto politica: dipingere sul cartone significa rifiutare una gerarchia tradizionale dei materiali — quella che consacra la tela come supporto nobile per eccellenza — suggerendo al contempo una prossimità all’ordinario e al quotidiano. Il cartone introduce nel campo della pittura un senso di instabilità, di precarietà, una forma di familiarità. Rimanda al “banale” e alle logiche di circolazione e scambio, ma indica anche la possibilità di creare con mezzi accessibili e prontamente disponibili. Eppure, i pezzi di cartone su cui Sartor dipinge non sono poi così “semplici”. Ognuno ha una forma specifica — spesso asimmetrica, talvolta strappata, sempre singolare e, in ultima analisi, unica per il dipinto che accoglie. Questo gesto, questa inversione — affine alle strategie adottate da artisti come Thomas Hirschhorn o Richard Tuttle, per i quali il cartone funziona come supporto fragile e apparentemente privo di valore — apre uno spazio critico ponendo alcune domande: che cosa si produce nell’atto del dipingere? Che cosa viene valorizzato? Che cosa viene rappresentato, e su quali basi?

Moltiplicato su pezzi di cartone deliberatamente scelti, il motivo del cipresso opera una propria inversione — innanzitutto a livello simbolico. Emblema per eccellenza del Mediterraneo, il cipresso è spesso associato ai cimiteri e al lutto, ma è anche una sempreverde, simbolo di immortalità e longevità grazie al suo fogliame perenne. Van Gogh, che ne dipinse numerose rappresentazioni, lo descriveva come un albero che “connette la terra e il cielo”. Questa dimensione cosmica è pienamente evidente nella Notte stellata a Saint-Rémy (1888), dove il cipresso emerge dall’oscurità come una fiamma scura alla quale sembrano aggrapparsi le stelle. Nella serie di Louise Sartor, la reiterazione quasi ossessiva del motivo, combinata con un rigore formale nella sua verticalità, produce un senso di slancio e di movimento ascendente che sembra sfidare l’entropia. Da un dipinto all’altro, non è l’albero a cambiare, ma ciò che lo circonda: il cielo, la luce, il fogliame vicino. Questa variazione minima tra le opere rivela una forma di vitalità continua che trascende il supporto modesto su cui si dispiega.

Considerata rispetto a questa dinamica ascensionale, apparentemente più forte del trascorrere del tempo, la serie dei fiori appassiti si distingue per un’atmosfera tranquilla, silenziosa, quasi pia. Radicate nella tradizione della natura morta, queste vanitas evocano la finitudine dell’esistenza, la transitorietà dei piaceri terreni e l’inutilità dei beni materiali di fronte alla morte. Il fiore, colto qui nella sua fase terminale, appare come una forma introversa, ripiegata su se stessa. Eppure l’artista riesce a infondere in questo soggetto una vitalità unica. Questi bouquet, la cui fragile verticalità è sostenuta da contenitori discreti, emanano una presenza sottile ma innegabile. La precisione del gesto pittorico ci consente di percepire il punto di basculaggio, quell’intervallo tra la vita nel suo pieno splendore e il suo inevitabile declino. I gambi sottili e fragili sono resi attraverso linee quasi nervose che esprimono un’energia residua; le foglie ondeggiano come piccoli nastri che tracciano una memoria del movimento, prolungando lo slancio vitale in un ultimo balletto.

Se il cipresso incarna una forza ascendente e persistente attraverso la sua forma e la sua ripetizione, e il fiore appassito un movimento discendente, intimo e interiore verso l’effimero, il titolo della mostra — De haut en bas et back again — propone una lettura ciclica e non lineare di questa relazione. Più che una contrapposizione, si tratta di una dialettica, in cui l’uno non può esistere senza l’altro. Vita e morte non sono messe in scena come opposti, ma come stati co-presenti e intrecciati, che si rigiocano nell’atto stesso del dipingere.

A questo livello, la pratica di Louise Sartor si confronta anche con una riflessione sullo statuto dell’immagine e sulla sua riproducibilità. L’uso della serialità — sia in termini di soggetto sia di formato — colloca il suo lavoro in una linea genealogica che va da Warhol agli artisti concettuali degli anni Settanta. Il titolo della mostra è un esplicito rimando al libro di Andy Warhol From A to B and Back Again (1975), in cui l’iterazione diventa una modalità di pensiero. Qui, la ripetizione non è ridondanza, ma un atto di variazione di matrice pop: sposta l’attenzione, scava nelle divergenze, rivela scarti sottili. Iscrive le opere in uno spazio di temporalità espansa, in cui ogni immagine è un momento di un processo piuttosto che un oggetto compiuto.

In controcanto alle opere su cartone da imballaggio, una serie di disegni digitali amplia il campo di riflessione. Presentati su un monitor a schermo piatto, questi disegni sono assemblati in una presentazione che intreccia una narrazione al tempo stesso personale e immaginaria. Una costellazione integrata di lavori più datati recanti il motivo del cipresso confonde la cronologia della loro creazione. L’uso del digitale estende le questioni legate alla circolazione, alla riproducibilità e all’instabilità delle immagini. Questi disegni rispondono alle logiche del regno digitale, come la giustapposizione di frammenti narrativi, la coesistenza di temporalità disgiunte e la stratificazione dei livelli visivi. La pittura diventa così uno spazio poroso attraversato da una pluralità di regimi d’immagine, che si espande oltre la tradizione pittorica per riflettere un’immersione nell’ecologia della cultura visiva contemporanea e industriale. Anche sul cartone, l’immagine dipinta entra in questa rete, spesso in una prospettiva di confronto o di resistenza.

Ciò che resta centrale nel lavoro di Sartor è la persistenza di uno sguardo rivolto a forme elementari — un albero, un fiore, un vaso — non nel tentativo di estrarne l’essenza, ma di ricollocarle e riattivarne la presenza entro le condizioni materiali e simboliche contemporanee. L’atto del dipingere diventa un gesto di misurazione che segnala lo spazio tra le cose, tra le immagini, tra gli stati del vivente. È anche un modo di pensare la durata, il passaggio e la trasformazione. “De haut en bas & back again” non è soltanto un titolo, ma una metodologia — un modo di attraversare le forme, di tornare, di mantenere una tensione attiva tra ascesa e caduta, persistenza e cancellazione. La mostra non mira a offrire un’affermazione univoca o spettacolare, ma piuttosto ad aprire uno spazio di percezione, di lettura lenta, in cui ogni opera funziona come un punto di inflessione. Tra rigore formale e attenzione sensibile, tra economia di mezzi e densità simbolica, il lavoro di Louise Sartor interroga ciò che oggi rende un’immagine tale.

 

NOTE BIOGRAFICHE

Louise Sartor vive e lavora a Parigi, dove è nata nel 1988. Ha recentemente esposto alla Galerie Crèvecoeur di Parigi (FR), da Page a New York (USA), da Bel-Ami a Los Angeles (USA), in centri d’arte come La Synagogue de Delme (FR), Treignac Projet (FR), Le Consortium a Digione (FR), MO.CO. Panacée a Montpellier (FR), e in musei tra cui il Musée Jean Honoré Fragonard a Grasse (FR), il Museo Picasso di Málaga (ES), il MASC di Les Sables-d’Olonne (FR), il Mucem di Marsiglia (FR), l’X Museum di Pechino (CN) e l’Institut Français di Tokyo (JP). È stata residente a Villa Medici nel 2019–2020 e le sue opere fanno parte delle collezioni del Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, del Musée d’Art Moderne et Contemporain de Genève (CH) e dei FRAC di Poitou-Charentes, Borgogna e Corsica.

Oriane Durand è curatrice e autrice, vive a Berlino. Ha studiato storia dell’arte alla Sorbona (Parigi) e alla Freie Universität (Berlino). Dal 2015 al 2020 ha diretto il Kunstverein Dortmund, e nel 2023 ha assunto la direzione del Kunstverein Bielefeld. In precedenza è stata curatrice al Kunstverein Nürnberg e al Kunstverein Bonn. Spinta da un particolare interesse per la scoperta di giovani artisti e pratiche sperimentali, ha organizzato, tra l’altro, le prime mostre istituzionali in Germania di artisti come Raphaela Vogel (Bonner Kunstverein, 2015), Sol Calero (Dortmunder Kunstverein, 2017), Elaine Cameron-Weir (Dortmunder Kunstverein, 2018), Mimosa Echard (Dortmunder Kunstverein, 2019), Sara Sadik (Westfälischer Kunstverein, 2022) e Tolia Astakhishvili (Kunstverein Bielefeld, 2023). Scrive regolarmente per la stampa specializzata internazionale (Frieze, CFA…) e per cataloghi d’artista.