La Collectionneuse

Gennaio 24-Marzo 14, 2025 – Monaco

A cura di Luca Lo Pinto

Con Alvar Aalto, Lawrence Abu Hamdan, Etel Adnan, Vincenzo Agnetti, Mirella Bentivoglio, Luca Bertolo, Max Bill, Lina Bo Bardi, Anna Boghiguian, Vlasēs Kaniarēs, Marc Camille Chaimowicz, Vaginal Davis, Paolo De Poli, Mirtha Dermisache, Tarsila do Amaral, Thea Djordjadze, Aref El Rayess, Chung Eun-Mo, Barbara Hammer, Tamara Henderson, Bruno Jakob, Fernand Léger, Jochen Lempert, Leoncillo, Mathieu Mategot, Tony Matelli, Sadamasa Motonaga, Bruno Munari, I Gusti Ayu Kadek Murniasih, Milena Muzquiz, Ron Nagle, Yoichi Ohira, Erik Olovsson/Studio E.O, Christodoulos Panayiotou, Giulio Paolini, Gio Ponti, Peter Regli, Lin May Saeed, Andrea Sala, Gino Sarfatti, Martin Soto Climent, Ettore Sottsass, Magdalena Suarez Frimkess, Mario Ticcò, Alvaro Urbano, Cecilia Vicuña, Alfredo Volpi, Andro Wekua, Franz West, Tapio Wirkkala, Liuba Wolf, Ruth-Wolf Rehfeldt

Bruno Jakob, Unseen (Portraits, Somebodies), Acqua su carta con imprimitura gialla non visibile, 61 × 42 cm. Courtesy dell'artista e di Collezione Silvia Fiorucci, Monaco

La Collectionneuse è una mostra nata dall’invito a sviluppare un progetto basato sulla collezione di Silvia Fiorucci. La mostra non ha altro tema se non l’idea della collezione come ritratto di una persona. Basandosi sulla selezione dei lavori effettuata da Silvia Fiorucci, l’esposizione evoca la figura di una collezionista immaginaria. A differenza delle istituzioni pubbliche, le collezioni private riflettono i gusti e gli interessi di un individuo, anche se il collezionista spesso aspira a trasformarle in una risorsa condivisa, restituendole alla comunità. In questo senso, i criteri che ne determinano la costituzione possono essere assolutamente variabili, siano essi formali, concettuali o personali. Come recita il famoso aforisma di Goethe: “i collezionisti sono persone felici”.

Nella scelta delle opere da esporre, si è adottato un approccio intuitivo e associativo, privilegiando lavori diversi per linguaggio, geografia e immaginario. La mostra è concepita come una composizione, una mise-en-scène che trasforma lo spazio del Quai in un ambiente domestico, in cui oggetti di design, pitture, sculture, disegni e tappeti sono liberamente accostati per suggerire la wunderkammer – il gabinetto delle curiosità – del collezionista. Contrariamente al consueto approccio del museo, qui si cerca di creare un ambiente totale in cui ogni visitatore può lasciarsi guidare dalla propria curiosità.

Le pareti dell’intero spazio espositivo sono coperte da lunghe strisce di tessuto semplice che ricordano scenografie teatrali, sulle quali le opere sono disposte in modo simile ai salotti ottocenteschi, in netta opposizione all’approccio del cubo bianco. L’esposizione è concepita come un’installazione totale, un gesamtkunstwerk, dove ogni tentativo di categorizzazione o definizione è negato.

L’immagine scelta per l’invito riproduce un’opera dello svizzero Bruno Jakob, che dagli anni ’70 esplora il rapporto con le immagini e la loro attendibilità. La sua serie Invisible Paintings mette in discussione la natura dell’apparenza, mostrando come un’immagine possa esistere anche se invisibile. Unseen (Portraits, Somebodies) (1998) è un ritratto creato semplicemente applicando acqua su carta, perfetto manifesto del progetto espositivo, che cerca di evocare la figura di un collezionista attraverso tracce astratte.

La musica di sottofondo, gli inviti sparsi e gli accessori presenti nello spazio agiscono come oggetti scenici e narrativi, invitando ogni visitatore a immaginare la figura di questa collezionista immaginaria, insieme ai suoi gusti e ossessioni. L’allestimento è volutamente denso, trasformando lo spazio in una casa del collezionista, un salotto e un atelier insieme.

In una collezione privata, l’opera d’arte diventa un oggetto di affezione, non soggetto ai criteri di apprezzamento culturale di un museo. Può essere collocata in uno spazio insolito, appesa sopra un divano per il colore, usata come utensile quotidiano o personalizzata con cornici o espositori fantasiosi. Non ci sono regole o coerenza da rispettare; tutto è soggettivo.

La collezione è soggetta a coincidenze, incontri, errori o interpretazioni mentali, diventando un corpus progressivo e imperfetto, un filtro tra individuo e mondo circostante. È un modo intuitivo di assemblare conoscenze, e ogni raccolta privata diventa un’autobiografia, frutto di contingenti e capricci, al di fuori di qualsiasi canone storico o museale.

L’esposizione è quindi un dispositivo narrativo, in cui le opere e l’allestimento trasformano la funzione originale degli oggetti, facendoli diventare segni capaci di generare nuovi significati. Tra i lavori selezionati troviamo sperimentazioni con ceramica (Ron Nagle, Magdalena Suarez Frimkess), vetro (Tapio Wirkkala, Mario Ticcò, Yoichi Ohira), linguaggio (Vincenzo Agnetti, Mirella Bentivoglio, Mirtha Dermisache, Ruth-Wolf Rehfeldt), design e architettura (Alvar Aalto, Max Bill, Gio Ponti, Ettore Sottsass, Gino Sarfatti, Lina Bo Bardi), segni d’affetto (Alexander Calder, Leoncillo Leonardi, Fausto Melotti, Bruno Munari), oggetti interni splendidi (Fernand Léger, Franz West), figure non ortodosse (Marc Camille Chaimowicz, Vaginal Davis, Barbara Hammer) ed echi di culture vicine e lontane (Anna Boghiguian, Vlassis Caniaris, Tarsila do Amaral, I Gusti Ayu Kadek Murniasih, Cecilia Vicuña, Alfredo Volpi).

Come scrive Susan Stewart:

“La collezione è una forma d’arte come gioco, che implica il riformulare gli oggetti in un mondo di attenzione e manipolazione del contesto. La sua funzione non è restaurare il contesto d’origine, ma creare un nuovo contesto.”
[On Longing: Narratives of the Miniature, the Gigantic, the Souvenir, the Collection, Duke University Press, 1993.]

Luca Lo Pinto



NOTE BIOGRAFICHE


Luca Lo Pinto è direttore artistico del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma. Dal 2014 al 2019 è stato curatore presso la Kunsthalle di Vienna. Co-fondatore della rivista e casa editrice NERO, ha organizzato numerose mostre personali e collettive, collaborando con artisti come Emilio Prini, Simone Forti, Nathalie Du Pasquier, Jason Dodge, Tony Cokes, Camille Henrot, Olaf Nicolai, Friedl Kubelka, Pierre Bismuth, Babette Mangolte, Cinzia Ruggeri, Lawrence Weiner, Gelatin & Liam Gillick, Charlemagne Palestine. Ha curato progetti espositivi tra cui Post Scriptum – A Museum Forgotten by Heart, In Prima Persona Plurale, Time is Thirsty, Publishing as an Artistic Toolbox 1989-2017, More Than Just Words, Individual Stories, Function Follows Vision, Vision Follows Reality, e altre mostre come I Am Only The Housekeeper, But I Don’t Know…, Luca Vitone – Io, Luca, Le Regole del gioco, Trapped in the Closet, Antigrazioso, AnderSennoSogno, D’après Giorgio, Conversation Pieces. I suoi scritti sono apparsi su numerosi cataloghi e riviste internazionali, tra cui Flash Art, Kaleidoscope, Mousse, Purple, Spike, Rolling Stone, All In, STXDYOZ, e ha curato pubblicazioni con artisti come Giorgio Andreotta Calò, Lisa Ponti, Mario Diacono, Mario Garcia Torres. Nel 2012 ha curato la pubblicazione Documenta 1955-2