Francys Alÿs, Exodus, 2013-2018

Looking for Free Knots

Febbraio 9-Maggio 28, 2024 – Monaco

A cura di Maria Katia Tufano

Con Joana Escoval, Mirella Bentivoglio, Simone Forti, Laura Grisi, Rodrigo Hernández, Joan Jonas, Nino Kapanadze, Liliane Lijn, Eftihis Patsourakis, Lisa Ponti, Cinzia Ruggeri e Sergej Eisenstein.

 

Le parole che vengono dal cuore non si pronunciano mai; restano bloccate in gola e possono essere lette solo negli occhi.
(José Saramago)

Che cosa si può leggere negli occhi e che cosa possono leggere gli occhi? Tre quarti delle informazioni nel cervello umano provengono dalla vista. Il controllo percettivo è governato dal sistema nervoso centrale, ma quanto cambia la percezione in ciascuno di noi nella fase successiva, quando l’informazione viene elaborata nell’esperienza sensoriale? Sappiamo che nel processo cognitivo entrano in gioco anche gli altri sensi, mescolando tutto in un groviglio, e il cervello torna ad agire nel tentativo di mettere ordine nell’armadio dei ricordi, un immaginario mobile della nostra casa/corpo in cui la memoria visiva è spesso più efficace di qualsiasi pensiero. Come percepisco io, essere umano, l’arcobaleno, e come lo percepisce un gufo? La scomposizione della luce bianca nei colori dell’iride provoca lo stesso incanto in questa creatura enigmatica come in me? Luce, colore e visione dominano la nostra vita quotidiana. Oltre alla forma e forse al colore, cos’altro vediamo? L’intestino, il nostro secondo cervello, amplifica profondamente la percezione.

Di fronte a un’opera d’arte, i nostri sensi diventano inquisitivi. Non si tratta solo di percezione visiva, ma di una percezione che espande il pensiero. L’opera d’arte va oltre la rappresentazione; ci offre una possibile modalità di riflessione sul mondo, sia sociale sia naturale. L’indecidibile diventa forma, segno, ritmo, colore e spazio, narrando ciò che non ha forma.

Sfogliare il catalogo di una vasta collezione apre molteplici possibilità di attraversamento: un percorso venoso che sottende una grande arteria, un sentiero tra molti tracciati battuti in una foresta da esplorare. Dobbiamo camminare a piedi nudi e con la mente libera, cercando di non lasciarci influenzare da agenti esterni, facendo attenzione a non ferirci, portando con noi il bagaglio umano della memoria collettiva, una memoria che utilizza immagini e si manifesta attraverso simboli.

Che cos’è un nodo? Quante definizioni e significati diversi possiamo associare a esso?

Alcuni nodi possono generare dolore. Altri sono fallaci nel loro tentativo di prendere forma e chiudersi, come nel movimento ripetuto del loop video di Francis Alÿs, in cui una giovane ragazza è assorta nel gesto di avvolgere i capelli che continuano a sciogliersi. Un gesto anti-gordiano, ripetitivo e delicato, diventa simbolo di identità e affermazione della libertà. Il morbido prevale sul duro. Alcune religioni proibiscono alle donne di mostrare i capelli, imponendo l’uso del velo o di altri copricapi. Il gesto mostrato nel video diventa anche un atto rivoluzionario, che significa l’impossibilità di controllare le donne. In modi perversi, anche il mondo occidentale continua a cercare di “annodare” il femminile.

Non tagliare il filo quando puoi sciogliere i nodi, dice un proverbio indiano; sciogliere i nodi implica grande pazienza, forza, costanza e soprattutto intenzione.

I nodi possono anche essere ostacoli al pensiero. La storia umana ha creato insistentemente dogmi non per sciogliere i nodi, ma per allontanare ciò che disturba e spaventa.

L’emozione primaria della paura è utile agli esseri umani e agli animali perché li predispone a difendersi dai pericoli possibili; se però viene portata all’estremo e estesa a tutto ciò che è diverso da sé, finisce per scardinare qualsiasi equilibrio individuale e collettivo. Da qui nasce l’urgenza di identificare qualcuno da temere e poi punire, nella convinzione di poter controllare e domare la paura primitiva dell’essere umano. Se è necessario riconoscere i pericoli e fuggirli, quando la paura si prolunga e si estremizza diventa una minaccia per l’equilibrio mentale individuale e collettivo. L’arte può avvicinarci all’indecidibile, all’inquietante, senza generare terrore e soprattutto senza produrre dogmi castranti.

Con Silvia Fiorucci abbiamo spesso discusso di questi temi, riconoscendo una comune tendenza a guardare anche con l’intestino, la testa e il cuore, sciogliendo così i nodi di un groviglio per liberare tutti i canali possibili – come in una profonda pratica yogica fatta di respirazione, meditazione, allungamento ed esercizio, volta a sbloccare i nodi dei chakra.

La mostra include un’opera ospite, non appartenente alla collezione, di Joana Escoval. Il primo incontro, epifanico, con la scultura Solar Plexus è avvenuto in compagnia dell’artista, nello spazio della galleria milanese che ospitava la sua mostra personale Armonia. Procedendo lentamente nello spazio espositivo, abbiamo parlato di fluidi, materia, energia – della percezione del corpo come connessione tra terra e cielo. Abbiamo discusso del fisico e del visibile, del gassoso e dell’invisibile, in continua interazione e trasformazione, della necessità di una visione che non sia solo percettiva ma che implichi anche un senso di interazione con ogni oggetto e con i materiali che lo costituiscono. Opere e spettatori sono i conduttori di questi flussi energetici impermanenti. L’aria, come indicato nella didascalia dell’opera, è uno dei materiali costitutivi. Il cerchio di ottone e aria è installato all’altezza del plesso dell’artista. Poiché la mia altezza è simile alla sua, l’opera ha interrotto per un momento la nostra comunicazione verbale, lasciando spazio ad altri flussi.

Parlando di Solar Plexus, il pensiero va immediatamente a Manipura, il chakra corrispondente, associato alla comprensione intuitiva di chi siamo e dell’ambiente circostante con cui ci relazioniamo. L’etimologia di plexus è “intrecciato”. Anatomicamente, è una rete di nervi e gangli del sistema nervoso simpatico. Se il corpo umano è un conduttore, possiamo definire il plesso solare come una centralina elettrica che distribuisce i cavi nell’area addominale e in tutti i suoi organi.

L’opera Solar Plexus è la chiave del pentagramma di questo progetto espositivo.

La selezione presentata è intima, emotiva e legata al mio rapporto con la collezionista. Evoca libere associazioni di pensiero connesse a momenti vissuti insieme, o a riflessioni condivise, discussioni e incontri umani. La nostra è una relazione nodale, un nodo libero che non imprigiona né blocca la gola.

Maria Katia Tufano

 

NOTE BIOGRAFICHEMaria Katia Tufano è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna, si è specializzata nel restauro di opere d’arte contemporanea, privilegiando la conservazione e l’intervento minimo ed è interessata a indagare i concetti di memoria e identità.  Da oltre vent’anni si occupa della gestione di collezioni private e lavora anche come art advisor. Ha collaborato con gruppi di ricerca del CNR a pubblicazioni scientifiche dedicate alla conservazione e al degrado dei materiali. Dal 2006 è curatrice della Collezione Alessandro Maccaferri.