Trip Down Memory Lane
Marzo 13-Maggio 25, 2025 – La Gaya Scienza, Nice
A cura di Clotilde Borg, Inès Carrazé e Anouck Nouvel-Papaconstantinou
Con Etel Adnan, Victor Miklos Andersen, Dineo Seshee Bopape, Sarah Buckner, Miriam Cahn, Valentina Cameranesi, Chiara Camoni, Julien Carreyn, Marc Camille Chaimowicz, Pietro Chiesa, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Lars Fredrikson, Pierre Guariche, Camille Henrot, Nino Kapanadze, Nicus Lucà, Ella Littwitz, Angelica Mesiti, Yu Nishimura, Wonmin Park, Reto Pulfer, Ugo Rondinone, Eva Rothschild, Socratis Socratous, Stéphanie Saadé, Sofia Stevi, Studio Wieki Somers, Alvaro Urbano.
La mostra è co-prodotta da La Società delle Api ed è condotta dal Pavillon Bosio nell’ambito dell’Atelier de Recherche et de Création – Scénographie d’Exposition. Nasce da una collaborazione unica tra studenti di curatela del Master in Sciences et Techniques de l’Exposition dell’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne e studenti di arte e scenografia del Pavillon Bosio.
Scenografia: Johanna Bourgin, Louise Chatelain, Chih-Yu Liu, Maëva Pillon, Jean Torres, Léo Zaragoza
Progetto ideato e sostenuto da: Renaud Layrac, Mathilde Roman, Christophe Viart, Laurent P. Berger.
Nella mostra Trip Down Memory Lane, le opere della Collezione Silvia Fiorucci, Monaco agiscono come capsule risonanti della quotidianità. Esse riecheggiano gli spazi domestici che abitano la nostra memoria collettiva e personale e incarnano un desiderio tattile di intrecciare l’arte con la ripetizione dei gesti abituali.
L’espressione “trip down memory lane” evoca un viaggio nel ricordo — una rivisitazione di momenti vissuti. Qui, la mostra propone una riattivazione sensoriale della memoria ambigua dello spazio domestico.
Nel cuore di La Gaya Scienza — un ex appartamento di famiglia trasformato in ambiente artistico — si dispiega una casa fittizia, costruita attraverso la messa in scena di stanze disabitate, sature e disfunzionali. Questi spazi, concepiti come frammenti di identità, sono caricati di una tensione simbolica. Luoghi del rituale quotidiano, scivolano progressivamente in una zona di incertezza e di straniamento.
Lungi dall’essere scenografie statiche, questi ambienti sono affettivi e vivi. Essi rimandano alla Poetica dello spazio di Gaston Bachelard¹: territori socialmente inscritti che funzionano come specchi psichici dell’inconscio e come contenitori intimi della memoria.
Ogni porta chiusa, illuminata dal bagliore spettrale del neon, diventa una soglia — un enigma da avvicinare, un ricordo banale in attesa di essere attivato.
Ma cosa accade quando l’ordine rassicurante del quotidiano inizia a incrinarsi? Quando il familiare si trasforma in estraneo, quando emerge un vuoto, quando un oggetto spostato o dimenticato turba la percezione? Lo spettatore viene condotto delicatamente verso il concetto freudiano di perturbante² — quel momento in cui qualcosa di un tempo noto rivela la sua estraneità latente.
Seguendo un percorso strutturato come un’architettura della memoria, il visitatore perde gradualmente i punti di riferimento consueti. L’accumulo di ricordi in alcune stanze si confronta con i vuoti degli spazi liminali della mostra. L’itinerario si articola attraverso una sequenza di soglie — ogni ambiente propone uno spostamento atmosferico distinto. Attraverso un forte gesto scenografico, ciascuno spazio coltiva un universo sensoriale unico che si intensifica nel corso della visita. Concepite in situ, le installazioni permettono alle opere di fondersi senza soluzione di continuità con l’identità spaziale di La Gaya Scienza.
Gli spazi iniziali sono permeati da un senso di armonia. Il soggiorno — vetrina sociale del nucleo familiare — invita all’intimità e alla convivialità, così come lo studio vibra di un’energia ottimista. La camera dei bambini, rifugio sacro dei sogni, oscilla tra innocenza e inquietudine, mentre il bagno — santuario dell’intimo e dell’io — ci pone di fronte a un’immagine alterata di noi stessi. L’oratorio apre una breccia in questa ascesa verso lo strano, ma è nel giardino che il disorientamento si intensifica, culminando nel seminterrato: una soglia finale in cui segreti e tracce spettrali vengono alla luce.